Il Territorio:

IL LAGO DI BRACCIANO ( Lacus Sabatinus )
E' senz'altro il più famoso lago del Lazio, solo secondo per grandezza dietro a Bolsena occupa l'ottavo posto in Italia. Con i suoi 57,5 Kmq di superficie è il maggiore della provincia di Roma per estensione, ma solo il secondo per profondità coi suoi 160 metri. Di forma quasi circolare, occupa un insieme di cavità crateriche dei monti Sabatini per una lunghezza di 9.3 Km e una larghezza di 8.7, ed è alimentato da un modesto bacino imbrifero e da acque sotterranee. I suoi dintorni costituiscono un insieme di bellezze naturali, testimonianze archeologiche che unite al retaggio storico, fanno del lago solo il centro di un complesso turistico di eccezionale valore e forse ancora poco conosciuto. Del resto come per tutto il resto del Lazio, la vicinanza di Roma fa un po' passare in secondo piano tutto il resto, anche se il "lago di Roma", l'antico Sabatinus lacus era noto fin dal tempo degli Etruschi.

COSA VEDERE:
Lungo i suoi 31.5 Km di perimetro si trovano i 3 centri rivieraschi, Bracciano, Anguillara Sabazia e Trevignano Romano ognuno con un suo carattere particolare ed ognuno meritevole di una visita. Bracciano è senz'altro il più conosciuto, noto soprattutto per la presenza dell'imponente Castello degli Orsini che domina le acque del lago. Il luogo presenta tracce di insediamenti già dall'epoca degli Etruschi. Non lontano infine troviamo Vigna di Valle, località nota soprattutto per ospitare il Museo Storico dell'Aereonautica Militare.

IL LAGO:
L’area nord della Provincia di Roma offre, a pochi chilometri dalla Capitale, una varietà di aspetti culturali ed artistici che toccano quasi l’intero arco della civilizzazione della nostra penisola; dalle testimonianze delle popolazioni italiche pre-romane, come gli Etruschi, ai numerosissimi borghi medievali che accolsero sulle loro colline i fuggitivi dei paesi colpiti dalle scorrerie barbariche, ai centri monastici, agli eremi immersi nella tranquillità dei boschi fino ai castelli dei patrizi romani, che con le loro torri e bastioni spiccano ancora sul panorama e sono meta di moltissimi turisti. Tutto questo è immerso in un contesto paesaggistico ancora intatto, che consente di visitare, nell’area tra Cerveteri ed il lago di Bracciano, riserve e parchi naturali, laghi e fiumi circondati da una campagna sapientemente coltivata che offre prodotti tipici e genuini. E così all’itinerario storico e naturalistico si affianca quello del gusto, per riscoprire, accanto ai monumenti di grande importanza e richiamo, antichi sapori, in un contesto di grande ricchezza e varietà. Il lago di Bracciano (detto anche Sabatino) è di forma quasi circolare (diametro circa 9 chilometri, profondità al centro 170 metri) ed occupa una vasta depressione vulcanica (superficie kmq 57, perimetro Km 31.5) La sua posizione collinare (288 m sul livello del mare) e la sua relativa vicinanza alla costa tirrenica favoriscono un clima mite durante tutto l’anno. In questa parte del Lazio settentrionale la natura si è quindi sbizzarrita con un’incredibile varietà di fauna e di flora. Nelle acque del lago abbondano molte specie di pesci: anguille, lucci, tinche, coregoni, carpe, persici. Tra le canne, nelle insenature, si riposano gli uccelli migratori, le folaghe, le oche selvatiche. Nei boschi limitrofi, tra querce, castagni, ulivi, lecci, salici, pioppi ed olmi, scopriamo cinghiali, tassi, istrici e faine. L’uomo scelse di sostare presso le rive di questo incantevole lago fin dalla lontana preistoria, come attestano i ritrovamenti di resti di villaggi palafitticoli nella zona di Vicarello, presso Trevignano. In seguito fu sede di insediamenti etruschi, oggi emersi da alcuni scavi come quelli relativi alle località di Ricostano, Olivetella, Colonnette.
In epoca romana il lago veniva chiamato “Sabatinus Lacus” perché formatosi nella caldera dell’antico vulcano Sabatino. Oltre ad essere un magnifico scenario naturale ed ambita meta turistica, il lago è anche un importante sito per eventi sportivi ed hobbistici sull’acqua e per mini crociere turistiche con scali nelle suggestive località di Trevignano e Anguillara.

MONTERANO CITTA' ETRUSCA:
Come molte città etrusche, Monterano fu costruita alla sommità di un'altura, difesa in maniera straordinaria e inespugnabile. I pendii sono alti circa cento metri, sono ripidissimi e talora a picco sul fondovalle, rendendo estremamente difficoltoso l'accesso alla sommità. L'opera degli etruschi ha reso, nel corso dei secoli, l'abitato ancora più difendibile attraverso, tra le altre cose, strade scavate nel tufo, assai facilmente controllabili, e opere murarie a complemento essenziale di quanto fornito naturalmente dalla morfologia del luogo. Le genti che verosimilmente popolavano la campagna e le valli monteranesi trovarono nel pianoro il luogo ideale dove concentrarsi per fondere il più munito agglomerato urbano della zona.

L'aspetto esteriore, la struttura e i monumenti di Monterano etrusca sono quasi del tutto sconosciuti per la mancanza di ricerche archeologiche sistematiche, per la deperibilità del materiale usato nelle costruzioni e per la sovrapposizione nello stesso luogo di insediamenti successivi. Le tecniche edilizie etrusche non hanno permesso di lasciare resti consistenti nel corso dei secoli, poiché per le abitazioni e i templi venivano impiegati legno e argilla, mentre la pietra era usata solo per le cinte murarie, le porte e le tombe.
Allo stato attuale, dunque, l'aspetto della città etrusca può essere solo immaginato, facendo riferimento alle conoscenze generali su questa civiltà. Gli edifici di abitazione dovevano essere bassi e affiancati, poggiavano sulla roccia viva o su fondamenta di pietra. Le pareti erano costruite in mattoni crudi o con intelaiature di pali, canne e rami ricoperti da strati di argilla. Il focolare era addossato al muro o al centro della stanza.
Nel pianoro non esistevano sorgenti, l'acqua era trasportata con un ingegnoso acquedotto dall'altopiano di Oriolo e conservata in cisterne scavate nella roccia.

Appena fuori dall'abitato si iniziava a estendere la vasta necropoli, che rappresenta ciò che di più significativo rimane dell'insediamento etrusco. Le tombe più antiche sono quelle più prossime all'abitato, mentre quelle del periodo medio, coincidente con la massima prosperità, sono quelle più lontane. Infine le tombe dell'ultimo periodo etrusco si trovano nuovamente nelle vicinanze del perimetro urbano.
Sull'altopiano della Palombara si scorgono i resti di una seconda serie di tombe che iniziando dallo stesso pianoro monteranese seguono il tracciato di un'antica via etrusca e arrivano fino alla località Pozzo Tufo. La necropoli più ricca, tuttavia, è quella che si estende sul colle della Bandita. Alle due tombe più conosciute, utilizzate nei secoli da pastori e agricoltori quale rifugio, è stato dato dalla tradizione popolare il nome Grottino della Bandita e Grotta di Tabacco.

Per raggiungere le rovine di Monterano attualmente occorre percorrere sentieri impervi, ma la situazione era ben diversa nel periodo etrusco, quando una fitta rete viaria carrabile collegava il fiorente abitato con altre città e con le campagne circostanti. La strada più importante era diretta a Caere, l'attuale Cerveteri, capoluogo della regione. Appena fuori dell'abitato la via scendeva per il Cavone, in una gola scavata nella roccia, fino alla valle del Bicione. Superato il torrente, risaliva il colle della Madonella nella strettoia del Canalicchio e, dopo aver attraversato per una ventina di chilometri gli attuali territori di Manziana e Castel Giuliano, giungeva a destinazione.
Una seconda strada si dirigeva verso un'altra grande metropoli dell'Etruria, Tarquinia. Scendeva il colle scavata nel tufo e attraversava il torrente Mignone con un ponte di legno, non molto dissimile da quello usato qualche decennio fa, e proseguiva poi sulla riva destra del torrente in direzione della città.

Si può tentare una descrizione della vita economica e sociale della Monterano Etrusca in base alla storiografia antica e alle pubblicazioni sulle scoperte archeologiche locali.
Le principali risorse economiche della città erano legate alla produzione agricola (frumento, vino, olio), all'allevamento, al taglio dei boschi e allo sfruttamento delle risorse minerarie (ferro). Non doveva mancare una certa attività artigianale, come la lavorazione dei metalli, del legno, del cuoio, della ceramica nonché la tessitura della lana. Di tali prodotti si faceva un significativo commercio, in prevalenza con Caere, la città egemone alla quale Monterano rimase legata sia nell'espansione, sia nella decadenza.
Il miglioramento dell'agricoltura e dell'artigianato, rispetto ai precedenti insediamenti primitivi, introdussero una maggiore divisione del lavoro che accentuò le differenze sociali. L'adozione della scrittura, appannaggio di pochi, e l'organizzazione religiosa costituirono due potenti strumenti di controllo sulle classi più deboli: la ricchezza andò concentrandosi in poche mani, e gli aristocratici, in cambio di protezione, dominavano sui ceti medi e inferiori, mentre i servi e gli schiavi erano praticamente privi di diritti civili. Dopo la conquista, i Romani cancellarono rapidamente la struttura sociale etrusca sostituendola con la loro, meno rigida, dove trovavano spazio i ceti intermedi dei ricchi artigiani e commercianti.

Il territorio di Stigliano è particolarmente ricco di memorie archeologiche, fin dai tempi della preistoria. Gli Etruschi vi fondarono un villaggio, come testimoniano le necropoli e gli oggetti antichi ivi ritrovati. L'abitato etrusco, localizzato probabilmente nel bosco a nord dell'attuale stabilimento termale, era sorto in corrispondenza della via di comunicazione che congiungeva Caere a Tarquinia attraverso Castel Giuliano, le Pietrische e la media valle del Mignone.
La presenza delle acque salutari e la passione dei Romani per le terme salvarono Stigliano dalla decadenza in cui erano precipitati i centri etruschi dell'entroterra dopo la conquista romana. Mentre Monterano si andava spopolando, Stigliano entrava nel periodo più felice della sua storia. La fioritura economica e culturale del centro romano è testimoniata principalmente dai resti di una strada selciata, la Selciatella, e dai ruderi delle terme e del tempio, dedicati al dio Apollo, guaritore delle malattie. Il nome del villaggio romano era infatti Acquae Apollinares.

La Selciatella collegava le terme di Stigliano con l'importante via Clodia. Lungo questa antichissima strada, colpiscono i resti di un'imponente opera di edilizia stradale, che permetteva all Selciatella di attraversare un fosso e la relativa valle, il Ponte del Diavolo. Il viadotto è lungo circa 90 metri, largo 6 e alto 9 e supera il fosso con un'unica arcata, la cui luce è di quasi 7 metri. E' costruito in grandi blocchi di peperino che raggiungono fino a 2 metri di lunghezza, incastrati tra loro a secco senza malta di collegamento. La datazione del monumento non è conosciuta. Con ogni probabilità, da un primo esame delle tecniche di costruzione che rivelano tra l'altro chiare influenze etrusche, il ponte risale alla fine del periodo repubblicano, nel I secolo a.C.

Dopo la conquista i Romani organizzarono il territorio dello Stato di Caere secondo gli interessi politici, economici e commerciali di Roma. La regione dei monti Sabatini fu interessata da una nuova corrente di traffico che seguiva il tracciato della via Clodia, la strada che collegava Roma con il lago di Bracciano e passava per gli attuali territori di Manziana e di Oriolo. Il territorio monteranese, tagliato fuori dalla nuova strada, rimase legato alla rete viaria romana solo in parte, attraverso la Selciatella che raggiungeva le terme di Stigliano. A partire dal II secolo a.C., la regione fu oggetto di un'intensa colonizzazione romana. Col crescere degli insediamenti fu avvertita l'esigenza di fornire di un centro urbano adeguatamente attrezzato i piccoli villaggi rurali e i casali sparsi nella campagna. Prese così importanza l'abitato sorto lungo la via Clodia verso la collina di San Liberato, sul lago di Bracciano, cui venne dato il nome di Forum Clodii.

CERVETERI, LA NECROPOLI DELLA BANDITACCIA:
Caere fu una delle più ricche e prestigiose città etrusche. La sua ricchezza scaturiva dall'intensa attività  commerciale che esercitava con tutti i paesi del Mediterraneo via mare con i suoi tre porti: Pyrgi, Punicum ed Alsium, corrispondenti alle attuali Santa Severa, Santa Marinella e Palo Laziale. Il massimo splendore di Caere, testimoniato dalla monumentalità delle sue necropoli e dalla ricchezza dei corredi rinvenuti, fu raggiunto tra il VII ed il V secolo a.C; a partire dalla fine del V secolo cominciò a subire la crisi che attanagliò tutta l'Etruria marittima a causa della nascente potenza commerciale e militare di Siracusa. Nel 374 a.C. la flotta di Dioniso, tiranno di Siracusa, s'impadronì del Tempio di Pyrgi e lo distrusse, vennero poi i Romani che con la loro potenza sottomisero definitivamente Caere nel 358  a.C.
  Il complesso monumentale della Banditaccia, parzialmente scavato e restaurato nel corso degli ultimi cinquanta anni, è uno dei più suggestivi paesaggi archeologici del mondo, non a caso è stato recentemente riconosciuto dall'UNESCO come Patrimonio Comune dell'Umanità. L'interesse principale è dovuto all'impianto urbanistico di questa città dei morti, che riflette chiaramente quello della città dei vivi.
Il nucleo originale va cercato nel sepolcreto villanoviano di Cava della Pozzolana. Le tombe si disponevano lungo una strada principale, che doveva unire Caere agli altri centri, ben visibile nella zona cosiddetta del vecchio Recinto, dove sono persino visibili le tracce delle ruote dei carri che la percorrevano, e lungo altre vie minori che la intersecavano. Questa è la zona recintata ed attrezzata per la visita cui si accede mediante il pagamento di biglietto
  I tumuli hanno basamenti in roccia e pietre, di varie dimensioni, alcuni colossali con 30 metri e più di diametro, come quelli "Mengarelli" e "del Colonnello" all'interno dei quali si aprono uno o più gruppi di tombe intagliate nel tufo e imitanti nell'interno la disposizione di ambienti delle case private: si creano porte, finestre sagomate, colonne, pilastri, soffitti a travicelli e a cassettoni, mobili, sedie, letti funebri. Tutte le tombe, scavate a notevole profondità, avevano una sistemazione esterna, realizzata in parte con lo scavo del dromos di accesso e dei piazzali a questo antistanti, e in parte con la creazione di strutture murarie a blocchi. Di tutte queste sistemazioni appaiono resti solo saltuariamente, dal momento che gli scavi hanno tentato soprattutto di rendere accessibili le camere sepolcrali. I tumuli più antichi, datati entro il VI sec. a.C., si ergono abbastanza disordinatamente sul terreno, e sono collegati ad imponenti altari per il culto funebre. Queste strutture maggiori sono circondate da numerosissime tombe a fossa, tumuli minori, camere ipogee. Si è pensato di poter interpretare questa caratteristica come la ripresentazione post mortem del sistema politico di quel momento: una classe magnatizia, svettante politicamente ed economicamente, circondata dal suo apparato clientelare, formato da famiglie e singole persone di diverso livello economico e sociale.
  Nel corso del VI sec. a.C. i modelli organizzativi applicati nella città, con la distribuzione logica delle strade, la pianificazione di edifici pubblici e privati, vengono adottati anche nelle necropoli. Lungo la strada principale, già densamente occupata da tumuli di varie dimensioni, si aprono vie trasversali; altri monumenti sono scavati in corpi quadrangolari, con le facciate aperte su vie sepolcrali diritte che si intersecano ortogonalmente. I prospetti esterni sono abbelliti da cornici architettoniche molto semplici e non mancano accenni di decorazioni policrome, ottenute alternando filari di conci di tufo e nenfro.

ITINERARIO BRACCIANO con l'imponente Castello (1480); di qui girando a destra, lungo il lago, si passa Bagni di Vicarello, presso cui si trovano ruderi di antiche ville romane e, a 12 km. Trevignano Romano, dove si lascia il lago e si procede, con 13 km. verso nord, per SUTRI; di qui si va a Monterosi dirigendosi (9 km. a sinistra) verso NEPI, con bellissima Rocca dei Borgia, presso cui scendono le acque di una cascata: uno dei piu famosi paesaggi italiani nella pittura, anche e soprattutto straniera, del 600 e 700. In vista dell'imponente Acquedotto settecentesco, si muove verso Civita Castellana. Dopo 3 km. di percorso in meraviglioso scenario di colline dirupate, si arriva alla Basilica di Castel Sant'Elia (sec. XI) di forte architettura romanica, con affreschi bizantini dell'XI secolo. Di qui siamo presto a CIVITA CASTELLANA

 
 
 
 
           
   
               
   
           
 
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